VipjetBonelli AMARCORD ALDO LORIS ROSSI architetto italiano-il GENIO delle UTOPIE

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«L’immaginazione e la fantasia non possono nascere che dalla conoscenza del reale e questa conoscenza richiede una notevole fissità sulle cose che osserviamo finché dall’interno nascano altre direzioni di sviluppo. Questo non significa che la ricerca diventi automatica o insegni se stessa. Al contrario, se noi cerchiamo qualcosa non sappiamo se cerchiamo solo quella cosa». (Quad. 3, 5 dicembre 1969)

Scrive così Aldo Rossi in uno dei suoi famosi Quaderni Azzurri, e a distanza di cinquant’anni questa frase non smette di essere illuminante, come spesso lo sono le cose semplici.

L’immaginazione e la realtà sono strettamente connesse, si parlano, spesso si decifrano l’una con l’altra, e a volte ci conducono dove non avremmo pensato di arrivare.

Esistono opere capaci, molto più di altisonanti proclami, di rendere evidenti le profonde ingiustizie, i temi sociali e i bisogni del mondo di oggi. Placcando d’oro una telecamera di sorveglianza – Mobese-Gold camera, 2011 – l’artista turco Halil Altindere non solo ironizza sui sistemi di controllo che monitorano quotidianamente le nostre vite, ma li rende visibili e li denuncia. In Under Discussion (2005), Allora & Calzadilla trasformano un tavolo capovolto in un’imbarcazione di fortuna che circumnaviga l’isola di Vieques a Porto Rico, denunciando il blocco dei negoziati tra Porto Rico e gli Stati Uniti. W. Batons (Circle) – un “rosone” fatto di manganelli della polizia, realizzato da Kendell Geers nel 1994 – ci parla di apartheid e repressione, molto più di qualsiasi fotografia.

A questo punto quindi, non dobbiamo fare altro che aspettare: di certo qualche artista, fotografo, architetto, scrittore, regista, sta cercando – come dice Aldo Rossi – qualcosa nella realtà…e chissà se troverà solo quello che cerca.

Il giorno 28 giugno 2018 è scomparso il più geniale degli architetti metropolitani italiani: Aldo Loris Rossi. Un progettista di utopie che a volte ha forzato la mano, arrivando negli Anni Sessanta a proporre edifici monstre altri 800 metri, lunghi un chilometro, in grado di ospitare tra i 250mila e i 500mila abitanti: la popolazione di una città di medie dimensioni. E, forse anche per questo motivo, un protagonista dimenticato. Oggi nessuno si sognerebbe più di prefigurare utopie. Perché dubitiamo che possa esistere una idea di futuro e perché pensiamo che l’utopia non debba travalicare la nostra dimensione individuale. Debba insomma limitarsi al progetto della nostra villetta o al disegno di un loft immerso nel verde artificiosamente portato all’ultimo piano.
Aldo Loris Rossi fa parte, invece, di un’altra generazione. Nato nel 1933 a Bisaccia , Vesazza (in dialetto bisaccese) è un comune italiano di 3 799 abitanti della provincia di Avellino in Campania. Ha origini medioevali  è arrivato trentenne negli Anni Sessanta, quando si prefigurava all’orizzonte la speranza di un cambiamento radicale. Che poteva avvenire solo mettendo in crisi il modo di darsi della città, le forme dell’abitare, la nostra dimensione sociale. Proveniente da una famiglia operaia, Loris Rossi, non ha un particolare attaccamento allo status quo. E, come altri protagonisti della sua generazione, vive con preoccupazione il boom economico che sta portando l’Italia dai disastri della guerra ai problemi di uno sviluppo caotico e disorganizzato, a tratti abietto. Che si confronta con la legge dei grandi numeri ma non riesce a trasformare i cospicui investimenti, in primis infrastrutturali, in qualità urbana. Da qui il desiderio di prefigurare, attraverso lo strumento del progetto, il cambiamento. Un sogno questo che cattura gli spiriti creativamente più dotati della sua generazione e di quella immediatamente precedente. Penso a Leonardo Ricci, a Luigi Pellegrin, a Maurizio Sacripanti, a Manfredi Nicoletti. I quali propongono negli stessi anni progetti non meno giganteschi e utopici, e per noi non meno incomprensibili.
Importante per Loris Rossi è l’influsso di Paolo Soleri, impegnato negli Anni Cinquanta a Salerno a realizzare la fabbrica Solimene. Soleri gli mostra che l’architetto deve avere la capacità demiurgica di immaginare il mondo del futuro, di dedicare la propria esistenza a costruire una società che eviti quell’uomo a una dimensione che, invece, i modelli capitalistici stanno producendo.

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